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L'impellente bisogno di buona politica... In evidenza

Oggi, al di là di ciò che appare, vedi il forte astensionismo o il delirio populista nei momenti del voto, c'è un'impellente esigenza di buona politica. L'ha dimostrato il risultato elettorale delle scorse europee, anche in Sicilia. La buona politica, però, è fatica, è condivisione, è umiltà, è camminare sulle medesime strade polverose su cui cammina la tua comunità, è perseguire unicamente l'interesse generale.

Non è la medaglietta da ostentare, non è la passerella, la luce della ribalta, non è ottenere uno strapuntino qualsiasi per sentirti qualcuno.La più affascinante scommessa che la buona politica può e deve tentare, nella complicata Palermo come nella martoriata Sicilia, è quella di concentrarsi sulle cose da fare, sulle risposte da dare, sulle idee, sul coinvolgimento dei mondi vitali della cultura, dell'economia, dell'associazionismo, su progetti innovativi di cambiamento per migliorare giorno per giorno le condizioni dei cittadini, specialmente dei giovani. Una politica che si attarda ancora sulle logore dinamiche tutte interne ai palazzi del potere, dedita alla conservazione di gruppi a tutela di convenienze particolari, di correnti e di privilegiate posizioni personali è destinata inesorabilmente a morire per sempre. La buona politica crea spazi di elaborazione politico-programmatica, faccio l'esempio concreto del Dipartimento per le Politiche cittadine di Palermo del PD che sono stato chiamato a coordinare, con porte e finestre spalancate verso un mondo sconfinato, lontano da rigide appartenenze, animato si da risentimenti, da rabbia e sfiducia nei confronti di una politica che ha tradito valori e bisogni, ma uniti ad aspettative, alla voglia di partecipare, pur senza una tessera in tasca, a passione civile repressa, fatto di comprovate competenze, di alte professionalità che si vogliono mettere a disposizione del bene comune, di esperienze di vita che magari nulla hanno a che fare con una laurea o un master e che comunque hanno parecchio da insegnare. In particolare, un partito come il PD, che con Matteo Renzi ha lanciato la sfida più ardua, quella di smuovere un Paese vecchio, immobile da decenni, inventandosi inizialmente le "Leopolde" per dialogare con la gente, non ha timore della "fisicità" della politica, del coraggioso confronto con chi sta patendo sulla propria pelle gli effetti di una crisi economica devastante, del contatto con le piaghe della disoccupazione, dell'assenza di sviluppo e di infrastrutture, del degrado ambientale, della mancanza di una casa, del cibo, del vestiario, di un'adeguata assistenza sociale e sanitaria, di scuole degne di tal nome, della perdita di speranza delle nuove generazioni nelle periferie urbane abbandonate, della fuga obbligata di tanti ragazzi che hanno studiato seriamente conseguendo nelle università saperi di prim'ordine. In un contesto, non dimentichiamolo, in cui la Madonna e i santi vengono fatti inchinare dinanzi alle abitazioni dei boss mafiosi, in cui non mancano le mafiose minacce di morte a donne e uomini delle istituzioni. La classe dirigente di un grande partito, accorta e sapiente, non teme le novità che rendono più facile l'affacciarsi oltre le mura di casa per incontrare le persone in carne e ossa e le loro esigenze concrete, non vive di sospetti, non giudica il non esplorato con lo stesso metro con cui giudica se stessa con le sue divisioni e contrapposizioni, anzi, prende spunto dall'uso di strumenti diversi per interrogarsi e per rinnovarsi nel profondo. Solo così un partito è vivo, presente nelle piazze dell'umanità, utile alla collettività. Un grande partito non si deve accontentare di ricevere gli affezionati nelle segreterie, un grande partito esce dal recinto, quasi come in una missione, per immergersi nel vissuto quotidiano delle persone. Quando, invece, un partito da un mezzo per servire diventa un fine di cui servirsi, con chiusure e paure, lì comincia la degenerazione della politica che ben conosciamo, come, per altro conto, la politica degenera in pericoloso qualunquismo quando si sostiene che si può fare a meno in assoluto dei partiti, indipendentemente dalla qualità della loro azione e di chi li rappresenta.

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